CENSER: IL COMUNE CEDE LE QUOTE, LA POLITICA RINUNCIA A GOVERNARE LO SVILUPPO

CENSER: IL COMUNE CEDE LE QUOTE, LA POLITICA RINUNCIA A GOVERNARE LO SVILUPPO

La Giunta Cittadin ha deciso di uscire completamente dalla società CenSer S.r.l., portando a compimento un percorso avviato nel 2021 dalla precedente amministrazione.
Dopo 35 anni, il Comune di Rovigo esce da una società che le istituzioni locali – Comune, Provincia e altri soggetti – avevano costituito nel 1991, compiendo una scelta lungimirante per quell’epoca.
L’obiettivo era recuperare, anche grazie ai finanziamenti della Comunità Europea, un’area abbandonata e lasciata al degrado, restituendole dignità, vitalità e una nuova identità architettonica e funzionale.
Ma non si trattava soltanto di un intervento di riqualificazione urbana. Attraverso quella società, la politica e le istituzioni locali avevano individuato una missione, una visione: realizzare un polo fieristico capace di restituire funzione e centralità a un luogo iconico per l’intera comunità polesana.
La storia di quegli spazi, del resto, racconta le radici economiche e sociali del nostro territorio. Lì sorgeva lo zuccherificio, per decenni un autentico motore dell’economia locale.
Certo, le difficoltà non sono mancate. I bilanci del CenSer sono stati raramente in attivo e la vocazione fieristica ha dovuto fare i conti con una crisi oggettiva, aggravata dai limiti di attrattività di un territorio che non dispone della stessa forza propulsiva di realtà come Padova o Verona.
Ci si richiama continuamente alla necessità di immaginare il futuro della città. Ebbene, io continuo a ritenere che l’area del CenSer abbia un’importanza strategica.
È stata recuperata, riqualificata e riconvertita. Vi si sono insediati il CUR, l’università, diversi laboratori e realtà innovative, tra cui, per molti anni, Veneto Nanotech. Sono arrivati investimenti, risorse, competenze e nuove opportunità.
Oggi, invece, il Comune decide di uscire dalla società, lasciandone il controllo alla Fondazione Cariparo e alla sua partecipata Auxilia.
Le istituzioni pubbliche rinunciano così alla propria presenza in una realtà che hanno contribuito a creare, sviluppare e mantenere per decenni, con un patrimonio di fabbricati, strutture e aree che conserva un indubbio valore strategico. Tutto questo a fronte di circa 1.300.000 euro. Una cifra importante, certamente. Perché le risorse pubbliche meritano sempre rispetto e devono essere utilizzate nell’interesse dei cittadini. Ma stiamo parlando di una scelta compiuta in una fase storica nella quale il Comune non si trova certo in una situazione di emergenza finanziaria o di carenza di liquidità.
È un po’ come crescere un figlio, nutrirlo, farlo studiare, investire sulla sua formazione e poi lasciarlo partire per l’estero, dove contribuirà a rafforzare il tessuto economico e sociale di un’altra realtà. Abbiamo fatto, sostanzialmente, la stessa cosa.
E temo che si stia ripetendo un errore già commesso in passato: quello, enorme e madornale, della chiusura del Consorzio per lo sviluppo, sacrificato sull’altare delle questioni finanziarie e di logiche politiche di corto respiro.
Ancora una volta, sembra prevalere la rinuncia anziché la capacità di costruire una prospettiva.
La politica, sempre più assente, cede il passo alla finanza e alle banche.
Dalla Giunta si esulta perché ora la Fondazione potrà rilanciare quell’area. Così come è avvenuto per Palazzo Roverella e come, probabilmente, potrebbe accadere per il Museo dei Grandi Fiumi?
Benissimo. Nessuno mette in discussione il ruolo importante che la Fondazione Cariparo svolge per il nostro territorio, né il valore degli investimenti che ha realizzato e continua a sostenere.
Ma il punto politico è un altro.
Se il futuro dei principali luoghi strategici della città viene progressivamente affidato ad altri soggetti, quale ruolo intendono ancora esercitare le istituzioni pubbliche?
Se la capacità di immaginare, progettare e realizzare lo sviluppo viene sistematicamente delegata, allora bisognerebbe avere almeno il coraggio di spiegare ai cittadini di Rovigo e del Polesine che possono fare a meno di sindaci, presidenti di Provincia e assessori.
Perché il problema non è la Fondazione, che fa legittimamente e meritoriamente la propria parte.
Il problema è una politica che sembra aver smarrito la capacità, e forse persino l’ambizione, di svolgere la propria.
Una politica che non riesce più a esprimere autonomamente una visione del futuro, a individuare le priorità, a costruire una strategia di sviluppo e a guidare i processi di trasformazione del territorio.
Cosa mi sarei aspettato?
Mi sarei aspettato, innanzitutto, che una decisione di questa rilevanza diventasse l’occasione per un confronto serio e approfondito in Consiglio comunale. Un confronto che andasse oltre l’incresciosa e stucchevole vicenda dell’assenza della maggioranza e affrontasse finalmente il merito delle questioni.
Avrei voluto discutere del ruolo delle società partecipate, della valorizzazione del patrimonio pubblico, delle prospettive economiche e produttive del nostro territorio e della funzione che il Comune di Rovigo intende esercitare nei processi di sviluppo.
Avrei voluto che si valutasse anche la possibilità di mantenere una presenza del Comune all’interno della società, proprio per non rinunciare completamente a un ruolo istituzionale in un’area che continua a rappresentare una risorsa strategica per la città.
Non necessariamente per conservare quote societarie fine a se stesse, ma per preservare una capacità di indirizzo, di partecipazione e di responsabilità nelle scelte che riguardano il futuro di Rovigo.
Perché amministrare una città non significa soltanto far quadrare i conti, vendere partecipazioni o liberarsi di ciò che presenta difficoltà.
Significa soprattutto avere un progetto, individuare gli strumenti per realizzarlo e assumersi la responsabilità delle scelte.
E quando la politica rinuncia a questa funzione, quando smette di guidare i processi e si limita a prenderne atto, il risultato è inevitabile.
Non sono gli altri a sottrarci il futuro. Siamo noi che, rinunciando a governarlo, glielo consegniamo.

Fonte originale: Facebook

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