GOVERNARE SIGNIFICA ANCHE ASCOLTARE CHI DISSENTE?

GOVERNARE SIGNIFICA ANCHE ASCOLTARE CHI DISSENTE?

GOVERNARE SIGNIFICA ANCHE ASCOLTARE CHI DISSENTE?

Una riflessione del nostro capogruppo sul ruolo del Sindaco, sul rapporto con il dissenso e sulla responsabilità istituzionale di rappresentare un'intera comunità.

Un tema sul quale crediamo valga la pena confrontarsi.

LA RESPONSABILITÀ DI UNIRE, IL DOVERE DI ASCOLTARE
La polemica di questi giorni del Sindaco nei confronti del Vescovo merita una riflessione che vada oltre le parole pronunciate e oltre il rapporto, pur importante, tra l’istituzione religiosa e quella laica. È necessario, infatti, interrogarsi su cosa significhi essere Sindaco di una città.
Il Sindaco non è il Sindaco di chi lo ha votato. Non è il Sindaco della propria maggioranza. E, soprattutto, non è il Sindaco di chi gli dà ragione.
È il Sindaco anche di chi lo contesta, di chi manifesta un’opinione diversa, di chi critica le sue scelte, di chi rappresenta un’altra sensibilità politica, sociale o culturale.
Una società democratica non è una comunità nella quale tutti pensano allo stesso modo. È una comunità nella quale persone diverse riescono a riconoscersi, comunque, come parte dello stesso destino collettivo.
Per questo un Sindaco dovrebbe avere, più di chiunque altro, la responsabilità di unire ciò che la politica tende naturalmente a dividere.
Invece, a Rovigo, stiamo assistendo sempre più spesso a una dinamica opposta: chi dissente – che siano i consiglieri comunali, i comitati di cittadini, realtà ecclesiastiche - viene trasformato in un avversario da delegittimare; chi critica viene accusato di non comprendere, di non essere in linea con il popolo dei social, di essere animato da invidia o da altre motivazioni che nulla hanno a che vedere con il merito delle questioni. E, in questo quadro, persino una voce autorevole della comunità cittadina, come quella del Vescovo, diventa oggetto di una contrapposizione politica.
Ma un Sindaco non dovrebbe essere obnubilato dalla ricerca di facili adesioni su tematiche sensibili e divisive. Così come non dovrebbe sentirsi minacciato dal dissenso. Anzi, dovrebbe essere abbastanza forte da ascoltarlo, assimilarlo e renderlo motore ed impulso della sua attività politica e amministrativa.
La forza di un’istituzione non sta nel pretendere consenso permanente, “atti di fede” sulla propria persona. Sta nella capacità di accettare che, in una democrazia, il consenso non è mai assoluto e il dissenso non è mai un’offesa.
Chi governa ha certamente il diritto di difendere le proprie scelte. Ma ha anche il dovere di farlo senza trasformare ogni critica in un attacco personale e ogni voce diversa in un nemico.
Perché quando un'istituzione comincia a dividere sistematicamente la comunità tra chi è con essa e chi è contro di essa, tra buoni e cattivi, qualcosa si rompe. E il problema non è più soltanto politico. Diventa istituzionale.
Il Sindaco dovrebbe essere il punto di equilibrio della città, non il centro permanente del conflitto. Dovrebbe parlare a tutti, non soltanto ai propri sostenitori. Dovrebbe cercare ciò che unisce, soprattutto quando il confronto si fa aspro.
Perché alla fine di ogni mandato resteranno le opere, le decisioni, gli errori e i risultati. Ma resterà anche il modo in cui chi ha avuto la responsabilità di governare ha trattato la propria comunità.
E io credo che ci sia una differenza enorme tra governare una città e ricercare costantemente il consenso.
La prima comporta una responsabilità democratica, una visione. La seconda è una tentazione che un'istituzione dovrebbe sempre saper respingere.
La città ha bisogno di un Sindaco che rappresenti la propria comunità nella sua interezza, non di una società costretta a riconoscersi nel Sindaco.
Perché una città non appartiene a chi la governa. La città appartiene ai suoi cittadini. Tutti. Anche quelli che dissentono.

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